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Notaio Abbruscato

Impresa familiare e società PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Ruotolo e Daniela Boggiali   
Martedì 31 Maggio 2011 06:14

Quesito di Impresa n. 67-2011/I

ATTO DICHIARATIVO DI IMPRESA FAMILIARE E SNC

Si chiede se sia ricevibile un atto dichiarativo di impresa familiare in cui il rapporto di affinità entro il secondo grado corre tra uno dei soci di una s.n.c. e il non socio, laddove cioè imprenditore sia la società e, in caso affermativo, se in atto debba esser costituito solo il socio che ha il rapporto di affinità o tutti i soci.

La prima questione attiene all’applicabilità della normativa in tema di impresa familiare nell’ipotesi che dell'impresa commerciale sia titolare una società di persone (s.n.c. ) e non un singolo; se sia cioè applicabile con riferimento alla quota di partecipazione dell’affine nella s.n.c.

La questione è allo stato ancora discussa, e non v’è un orientamento che può dirsi prevalente.

Dottrina e giurisprudenza appaiono sul punto divise (per una completa sintesi delle posizioni, Stoppioni, Rapporto d'impresa familiare ed esercizio collettivo dell'attività d'impresa: la Cassazione muta il proprio orientamento, in Familia 2004, 1156, da cui sono tratte alcune delle indicazioni che seguono).

Parte della dottrina (Colussi, voce Impresa familiare, in Dig. IV, disc. priv., sez. comm., VII, Torino, 1992, 179; A. e M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, I, Milano, 1988, 1276; Ghidini, L'impresa familiare, Padova, 1977, 94 ss.; De Paola, Il diritto patrimoniale della famiglia coniugale, III, Milano, 2002, 198; Barone-Ferrero, Impresa familiare e diritti del coniuge in comunione legale all'apertura della successione dell'imprenditore, ne Il Notaro, 1982, passim; Bontempi, Impresa familiare e retribuzione, in Nuova giur. civ. comm., 1993, I, 613) si esprime in senso contrario alla applicabilità dell’art. 230-bis c.c., ricorrendo a diversi argomenti:

a) è impossibile riferire un legame di parentela ad un soggetto giuridico, qual è la società di persone, estraneo in quanto tale a simili rapporti. La società di persone, pur non possedendo una vera e propria personalità giuridica, è comunque l'unica titolare dell'impresa; pertanto la collaborazione è indirizzata non a favore del socio o dei soci in quanto persone fisiche, ma in favore della società come organismo collettivo autonomo, che appunto per definizione non ha né parenti né affini (Colussi, voce Impresa familiare, cit., 179; De Paola, Il diritto patrimoniale della famiglia coniugale, cit., 198; Bontempi, Impresa familiare e retribuzione, cit., 613 ).

b) la disciplina di cui al 1° comma dell'art. 230-bis c.c. si applica solo nel caso in cui non sia configurabile un diverso rapporto. L'applicazione dell'istituto dell'impresa familiare nel caso di collaborazione ad una società di persone sarebbe quindi da escludere in quanto configurabile un diverso schema negoziale, individuato di volta in volta in un rapporto di lavoro subordinato o in un rapporto societario (A. e M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, cit., 1275-1276, nota 68).

c) la finalità dell'istituto dell'impresa familiare - la preoccupazione che il lavoro familiare non venga altrimenti tutelato – non ricorre in questo caso, in quanto mancherebbe il presupposto essenziale per la presunzione di gratuità, ovvero il legame di parentela. Anzi, il familiare sarebbe maggiormente garantito trovando quale suo contraddittore non una persona fisica ma una società con il proprio patrimonio e la propria autonoma responsabilità (A. e M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, cit., p. 1276; De Paola, Il diritto patrimoniale della famiglia coniugale, cit., 199).

d) l'applicazione della disciplina dell'impresa familiare comporterebbe notevoli difficoltà, in quanto, specialmente nel caso in cui non tutti i soci siano familiari, diverrebbe arduo conciliare i diritti amministrativi riconosciuti ai familiari ex art. 230-bis c.c. con i diritti spettanti ai soci (Ghidini, L'impresa familiare, cit., 94; A. e M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, cit., 1277; Balestra, L'impresa familiare, in Dir. Priv. Cendon, Milano, 1996, 165; Amoroso, L'impresa familiare, Padova, 1998, 69-70; Pinzone, Società di persone ed ammissibilità della tutela ex art. 230-bis a favore del familiare di uno dei soci, in Fam. dir., 2002, 165).

All’opposto v’è chi ritiene ammissibile l’applicazione dell’art. 230-bis c.c. all’ipotesi in cui l’impresa commerciale sia di titolarità di una società di persone (Costi, Lavoro e impresa nel nuovo diritto di famiglia, Milano, 1976, 76, nt. 28; Gabrielli, I rapporti patrimoniali tra coniugi, Trieste, 1981, 43; Oppo, Del regime patrimoniale della famiglia, in Commentario Cian, Oppo, Trabucchi, sub art. 230-bis, III, Padova, 1992, 490; Auletta, Il diritto di famiglia, Torino, 2002, 167; Florio, Famiglia e impresa familiare, Bologna, 1977, 43; De Martini, Considerazioni sull'impresa familiare e sull'azienda gestita dai coniugi, in Dir. fall., 1979, I, 16; Galgano, Impresa familiare, in Il regime patrimoniale della famiglia a dieci anni dalla riforma, Milano, 1988, 111; Mattiuzzo, Pellarini, Pettarin, L'impresa familiare, Milano, 1990, 33; Corsi, Il regime patrimoniale della famiglia, in Tratt. Cicu - Messineo, 2, Milano, 1984, 215; Santosuosso, Beni ed attività economica della famiglia, in Giur. sist. Bigiavi, Torino, 2002, 495-496; Prosperi, Impresa familiare, in Comm. Schlesinger, Milano, 2006, 47 ss.; Bianca, Regimi patrimoniali della famiglia e attività di impresa, in Maisano, L’impresa nel nuovo diritto di famiglia, Napoli, 1977, 35 ss.; Palmieri, Sub art. 230-bis, in Comm. Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 2004, 40 s.) criticando gli argomenti sopra addotti:

1) si rileva come le società di persone non possano considerarsi centri autonomi di imputazione giuridica, mancando della personalità giuridica, presente, invece, nelle società di capitali; la società di persone in buona sostanza si risolverebbe nella pluralità dei soci, da considerare veri e propri coimprenditori. La prestazione di lavoro si svolgerebbe sempre secondo i canoni tradizionali, ma con l'unica variante della pluralità dei destinatari (Lopilato, L'impresa familiare e l'ammissibilità di un rapporto di parentela "societaria", in Nuova giur. civ. comm., 2000, I, 577). A fronte del rilievo per cui anche la società di persone è in realtà un organismo autonomo a soggettività attenuata, tale dottrina afferma comunque la prevalenza dell'interesse protetto dalla norma, cioè la tutela del soggetto che presta la propria attività lavorativa pur sempre in un ambito familiare, per cui vi è compatibilità fra la disciplina dell'impresa familiare e la gestione in forma societaria dell'impresa (Lopilato, L'impresa familiare e l'ammissibilità di un rapporto di parentela "societaria", cit., 577-578; Gabrielli, I rapporti patrimoniali tra coniugi, cit., 43; Auletta, Il diritto di famiglia, cit., 167; Santosuosso, Beni ed attività economica della famiglia, cit., 496).

2) quanto al rilievo per cui la disciplina di cui al 1° comma dell'art. 230-bis c.c. si applica solo nel caso in cui non sia configurabile un diverso rapporto, si ritiene che, proprio in forza della suddetta compatibilità, tale fattispecie di collaborazione vada inclusa nella disciplina dell'impresa familiare;

3) superato l'ostacolo dello schermo societario, ed ammesso, quindi, un rapporto immediato del collaboratore con i singoli soci, risorge per così dire la presunzione di gratuità e la correlativa necessità di applicare la disciplina di cui all'art. 230-bis c.c., al fine di fornire garanzia e tutela al rapporto di collaborazione;

4) quanto alla presunta incompatibilità fra i diritti amministrativi spettanti al familiare e la posizione dei soci, alcuni la negano rilevando che la partecipazione alla gestione dell'impresa del soggetto che vi collabora si esaurisce nei limiti della quota spettante al familiare-socio, non intromettendosi in tal modo nel rapporto societario (Florio, Famiglia e impresa familiare, cit., 43).

Per altri tale incompatibilità sarebbe da escludere sulla base della considerazione che i diritti amministrativi previsti dall'art. 230-bis c.c., non integrerebbero un contenuto indefettibile della norma, ben potendo essere esercitati solamente i c.d. diritti patrimoniali (Amoroso, L'impresa familiare, Padova, 1998, 69-70).

Anche nella giurisprudenza si rinviene la medesima dualità di posizioni:

I) la Suprema Corte ha ad esempio affermato come non sia applicabile la disciplina dell'impresa familiare nel caso di attività lavorativa svolta in una società di persone di cui sia socio un parente del collaboratore, non essendo ipotizzabile un rapporto di parentela con la società, alla quale compete la qualifica di imprenditore, non potendo esplicarsi i diritti riconosciuti al collaboratore dall'art. 230-bis c.c., in assenza di un diretto collegamento con la società, e non essendo consentita, nella stessa compagine, la coesistenza di due rapporti, uno fondato sul contratto di società, l'altro derivante dal vincolo familiare (Cass., sez. lav., 6 agosto 2003, n. 11881, in Giust. civ. 2004, I,1551; Familia 2004, 1152, con nota di Stopponi, cit. e Vita not. 2003, 1431).

II) Allo stesso modo, secondo Cass., sez. trib., 20 giugno 2002, n. 8991 (in Giust. civ. Mass. 2002, 1056), “L'art. 230-bis c.c., in tema di impresa familiare, prevede che il collaboratore familiare debba prestare, in modo continuativo, un'attività lavorativa nella famiglia o nell'impresa familiare e tale requisito non ricorre nel caso di mera gestione, da parte dei familiari, di una quota di partecipazione sociale, per difetto di un'impresa e di un'attività lavorativa prestata alle dipendenze del familiare imprenditore. Ne consegue che, in detta ipotesi, ai sensi dell'art. 5, comma 1, d.p.r. 29 settembre 1973 n. 597 (applicabile "ratione temporis"), il reddito di una società di persone va imputato - proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili - ai soli soci, non essendo a questi consentito, mediante il ricorso al disposto del comma 4 del medesimo art. 5, concernente le imprese familiari, di far concorrere al riparto di detto reddito i familiari chiamati a partecipare alla mera gestione delle quote sociali”.

III) All’opposto, secondo Cass.. sez. lav., 23 settembre 2004, n. 19116 (in Giust. civ. Mass. 2004, 9; in Vita not. 2005, 266; Giust. civ. 2005, I, 1244; Riv. it. dir. lav. 2005, II, 544 con nota di Faleri, in Giur. comm. 2006, I, 47 con nota di Butturuni), “Il coniuge che svolga attività di lavoro familiare in favore del titolare di impresa ha diritto alla tutela prevista dall'art. 230 bis c.c. (al pari degli altri soggetti indicati dal comma 3 di tale articolo), anche se l'impresa sia esercitata non in forma individuale ma in società di fatto con terzi, in tale ipotesi applicandosi la disciplina di cui al citato art. 230-bis c.c. nei limiti della quota societaria, atteso che la nozione di impresa familiare non comporta necessariamente l'esistenza di un soggetto imprenditoriale collettivo familiare, e che l'istituto ha natura residuale, venendo nel suo ambito regolati i diritti corrispondenti alle prestazioni svolte dal soggetto partecipante a favore del familiare che se ne avvale, anche quando questi utilizzi tale apporto per un'attività economicamente svolta quale socio di una società di fatto”. E, nello stesso senso, per Cass.. sez. lav., 19 ottobre 2000, n. 13861, in Giust. civ. Mass., 2000, 2154, in Familia 2001, 287 con nota di Balestra, in Foro it. 2001, I, 1226 e in Vita not. 2001, 263) “Il coniuge che svolga attività di lavoro familiare in favore del titolare di impresa ha diritto alla tutela prevista dall'art. 230 bis c.c. (al pari degli altri soggetti indicati dal comma 3 di tale articolo), anche se l'impresa sia esercitata non in forma individuale ma in società di fatto con terzi, in tale ipotesi applicandosi la disciplina di cui al citato art. 230-bis c.c. nei limiti della quota societaria”.

A tale orientamento si rifanno anche alcune pronunce di merito (v. ad esempio, App. Messina, 16 febbraio 2000, in Nuova giur. civ. commentata, 2000, I, 566, con nota di Lopilato, cit., secondo cui “il significato letterale dell'art. 230-bis c.c. - che esige l'instaurazione del rapporto di parentela con una persona fisica e non anche con un organismo societario - deve cedere di fronte al profilo sostanziale dell'interesse protetto, che tutela il lavoro familiare nell'impresa, indipendentemente alla struttura prescelta da chi ne sia capo. È pertanto ammissibile la fattispecie dell'impresa familiare gestita da una società di persone”).

La questione è quindi sostanzialmente ancora aperta e non permette – stante le diversità di vedute – di affermare con certezza la prevalenza dell’uno o dell’altro orientamento.

Occorre però sottolineare come le pronunce favorevoli siano per lo più – e per la totalità laddove si tratti di sentenze della Suprema Corte – riferite all’ipotesi della società di fatto, in cui appare evidentemente più sentita l’esigenza di tutelare le ragioni del soggetto che, in modo continuativo, presta la propria attività lavorativa.

Solo nel presupposto dell’accoglimento dell’orientamento favorevole, che comunque appare discutibile, e ritenendo, come fa la pronuncia di merito da ultimo citata, che questo possa valere anche rispetto a società regolari, può porsi il problema di chi debba intervenire in atto: se si conviene sul fatto che la disciplina di cui all’art. 230-bis c.c. si applica nei limiti della quota societaria e che l’art. in questione è volto a regolare i diritti corrispondenti alle prestazioni svolte dal soggetto partecipante a favore del familiare che se ne avvale, anche quando questi utilizzi tale apporto per un'attività economicamente svolta quale socio di una società, appare consequenziale concludere che l’enunciazione riguardi, oltre al partecipante, solo colui con il quale sussiste il rapporto di affinità. E che, pertanto, all’atto debbano intervenire solo il socio ed il suo affine.

Antonio Ruotolo e Daniela Boggiali

 
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