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Notaio Abbruscato

Professionisti e società consortile PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniela Boggiali e Antonio Ruotolo   
Venerdì 27 Luglio 2012 12:22

PARTECIPAZIONE DI PROFESSIONISTI AD UNA SOCIETÀ CONSORTILE

Si pone il seguente quesito: “posto che la dottrina prevalente ritiene che le società consortili si risolvano in forme organizzative societarie mediante le quali viene realizzata la funzione del consorzio e che al consorzio non possano che partecipare soggetti imprenditori, salve le società consortili miste, è ammissibile, anche alla luce delle nuove disposizioni in materia di abrogazione della legge 1815/39 e delle società tra professionisti contenute nella legge 12 novembre 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012), la previsione statutaria che preveda l’ammissione, quali soci di una società consortile, di professionisti?”.

Il principio desumibile dall’art. 2602 c.c., per cui ai consorzi, eccezion fatta per le ipotesi espressamente previste dal legislatore (i “consorzi misti”, in sostanza), possono partecipare solo imprenditori, vale anche per le società consortili.

Nelle diverse ricostruzioni che la dottrina dà dell’istituto di cui all’art. 2615-ter, c.c., infatti, sia accedendo alla tesi che ritiene le norme del consorzio inderogabili rispetto a quelle societarie, sia a quella che ritiene applicabile un regime “misto” dato dalla sovrapposizione della sostanza consortile con la forma societaria, si attribuisce valenza inderogabile al disposto dell’art. 2602 c.c., che rende necessaria la sussistenza della qualità di imprenditori dei partecipanti (Sarale, Consorzi e società consortili, in Cottino-Weigmann-Sarale, Società di persone e consorzi, Padova, 2004, 460; Borgioli, Consorzi e società consortili, in Tratt. Cicu-Messineo, Milano, 1985, 272; Marasà, Consorzi e società consortili, Torino, 1990, 31).

Presupposto indefettibile per la partecipazione ad un consorzio è, infatti, la qualità di imprenditore commerciale, e tale requisito deve permanere durante lo svolgimento del contratto, in quanto un’eventuale cessazione determinerebbe il venir meno della ragione della stessa partecipazione al contratto associativo (Ferri, Manuale di diritto commerciale, XII ed. a cura di Angelici e G.B. Ferri, Torino, 2006, 201).

Dunque, poiché la nozione di consorzio individua un’organizzazione creata per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese, deve trattarsi di un ente che svolge un’attività in tutto o in parte coincidente con quella dei consorziati.

Significativo, al riguardo, è che la stesura originaria dell’art. 2602 c.c. (modificata dalla l. 10 maggio 1976, n. 377), consentiva la costituzione di un consorzio solo tra imprenditori esercenti una medesima attività economica o attività connesse.

Si rileva, inoltre, come la limitazione in chiave soggettiva non è superata neppure dalla nuova formulazione della norma che accentua il legame con le attività imprenditoriali esercitate dai contraenti (Borgioli, Consorzi e società consortili, cit., 98), e che neppure oggi sembra possibile interpretare l’espressione imprenditore come equivalente, in senso empirico a quella di operatore economico, anche se il carattere di ausiliarietà e strumentalità – fondamentalmente neutro - che assume l’organizzazione comune, ben potrebbe essere al servizio di qualsiasi attività produttiva o professionale (così Sarale, Consorzi e società consortili, cit., 2004, 462).

Alle stesse conclusioni si può giungere anche per le società consortili, che, pur adottando la struttura organizzativa ed il regime di responsabilità propri delle società commerciali, da queste ultime si differenziano per il mancato svolgimento di un’attività imprenditoriale autonoma, e per la mancanza del fine di lucro, proponendosi esse, infatti, di disciplinare o di svolgere determinate fasi delle rispettive imprese: “l’organizzazione comune che viene creata attraverso la società consortile rappresenta cioè uno strumento per la realizzazione di interessi propri di ciascun consorziato, interessi che singolarmente non potrebbero essere realizzati o non potrebbero essere realizzati a quelle condizioni economiche” (Ferri, cit., 172, s.).

La dottrina ritiene, in definitiva, che la qualificazione soggettiva dei partecipanti assuma carattere essenziale, identificando il tipo contrattuale (Paolucci, I consorzi per il coordinamento della produzione e degli scambi, in Tratt. Rescigno, 18, Torino, 1996, 37; Mosco, I consorzi tra imprenditori, Milano, 1988, 87 e 142, per il quale la presenza di soggetti che non rivestono la qualifica di imprenditori rappresenta una violazione della stessa causa del contratto e quindi la nullità della partecipazione).

Nel caso di specie, i professionisti non possono essere considerati “imprenditori”, e pertanto non appare ammissibile una loro partecipazione alla struttura consortile (nello stesso senso, Nota del Consiglio Nazionale del Notariato n. 232-2009 del 30 ottobre 2009, estensori Paolini-Ruotolo e Nota del Consiglio Nazionale del Notariato n. 35-2011/I del 28 febbraio 2011, estensore Ruotolo).

Tali conclusioni appaiono condivisibili anche nonostante la recente modifica legislativa, introdotta dall’art. 10, l. 183/2011, che ammette la possibilità di costituire società tra professionisti.

La norma, infatti, consente la costituzione di società per l'esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai titoli V e VI del libro V del codice civile, ovvero in forma di società di capitali e cooperative.

Non rientrano nell’ambito di applicazione di tale disposizione le società consortili, le quali sono disciplinate nel titolo X e, in virtù delle considerazioni finora svolte, presentano la caratteristica peculiare di essere società alle quali, in ragione della peculiare finalità consortile, possono partecipare soltanto imprenditori.

Nonostante, infatti, le società consortili possano adottare la disciplina delle società di capitali, esse costituiscono un tipo distinto, come si evince dal fatto che il passaggio dalla struttura consortile alla corrispondente struttura non consortile si presta ad una qualificazione in termini di trasformazione.

Daniela Boggiali e Antonio Ruotolo

 
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